FAST FASHION: COSA NASCONDE?

FAST FASHION: COSA NASCONDE?

A mio avviso una realtà raccapricciante e deprimente. Esistono tantissime piattaforme online, libri, video, blog che parlano di questo argomento nello specifico, ma ho deciso di condividere alcune mie riflessioni con voi.
Premetto che non sono mai stata una grande consumatrice di fast fashion al contrario di molte ragazze della mia età, che spesso ignorano di alimentare un sistema basato sul consumismo e sullo sfruttamento delle popolazioni più povere. 
Fast fashion significa moda veloce, pronta per essere venduta in serie. Può essere banalmente definita come il contrario della moda artigianale.

Come dire di no a una vetrina allestita in maniera impeccabile che mette in luce le ultime tendenze moda come fossero capi di lusso, ma a dei prezzi stracciati? 
Basta conoscere i motivi per cui quei vestiti costano così poco e penserete due volte ad acquistare un capo di cui non avete bisogno, che essenzialmente vi attira solo per il prezzo allettante. 

Perché il prezzo è così basso?
Prima di tutto dobbiamo sfatare un mito: la differenza con i modelli più costosi non è sempre nei tessuti, che spesso sono identici. 
Le linee di abbigliamento low cost sono come i supermercati, ovvero puntano sulle grandi quantità che consentono di abbassare i prezzi e quindi coinvolgere la massa. 
Nella definizione del prezzo incide principalmente il nome del brand e la sua reputazione.
Non c’è differenza, solitamente, tra i luoghi dove vengono prodotti i capi luxury e quelli più accessibili (made in Cambogia, Bangladesh, India, Vietnam), in cui i lavoratori anche minorenni vengono sottopagati, privati di ogni diritto e costretti a operare a contatto con sostanze chimiche dannose per la propria salute.
È il caso dei finissaggi e delle colorazioni dei tessuti, fatti dove le regole stabilite dall'UE non sono rispettate. Il fattore più preoccupante è che nessuno utilizzi le dotazioni di sicurezza previste per chi maneggia vernici, sostanze chimiche e corrosive, di conseguenza in questi territori sono molto comuni malattie respiratorie e della pelle. 

“Non ci sono maschere, occhiali protettivi, guanti e scarpe di sicurezza", segnalano i giornalisti di Report che hanno visitato le fabbriche in questione prima di mandare in onda la puntata “Pulp fashion”.
Un altro problema che coinvolge sia l’uomo che l’ambiente sono gli scarichi delle fabbriche che, in seguito ai corsi d’acqua, finiscono nei rubinetti delle abitazioni. 

Qual è la situazione dei lavoratori in Bangladesh?
Di recente i dettaglianti internazionali che si riforniscono in Bangladesh hanno concordato di prorogare per due anni gli accordi legali che li rendono parzialmente responsabili in caso di mancato rispetto degli standard di sicurezza nei siti di produzione.
Si tratta del Ready-Made Garments Sustainability Council (RSC), ovvero un “Accordo” stipulato dai marchi in seguito alla tragedia omicida del Rana Plaza nel 2013.
I marchi firmatari tenderebbero a ridurre la pressione sui prezzi dei loro ordini, per non indurre i propri produttori a ridurre gli investimenti nella sicurezza.

A mio avviso gli investimenti sulla sicurezza sono fondamentali, ma devono essere reali e non sono gli unici investimenti da considerare.
È importante sottolineare che, nonostante le multinazionali del tessile abbiano recuperato le perdite causate dalla pandemia di Covid-19, in Bangladesh, Cambogia e Indonesia gli operai ricevono salari più bassi rispetto al 2019 e non sono stati pagati durante i mesi di chiusura delle fabbriche.

La denuncia in un nuovo report della Clean clothes campaign, rete internazionale di sindacati e Ong che opera per il miglioramento delle condizioni lavorative nel settore tessile, a seguito delle interviste a 49 lavoratrici e lavoratori delle catene di fornitura dei marchi H&M, Nike e Primark in Bangladesh, Cambogia e Indonesia.
La crisi economica scatenata dall’epidemia di Covid-19 continua ad avere un impatto devastante sugli stipendi, le condizioni di lavoro e i diritti dei lavoratori del comparto tessile. 

In Bangladesh prima della pandemia un lavoratore del settore tessile guadagnava in media 135 dollari al mese e fino a 217 con bonus e straordinari (che di fatto sono la norma), mentre oggi gli stipendi si sono ridotti rispettivamente a 128 dollari e 150 dollari.
Negli altri Paesi presi in considerazione il calo dei salari è meno marcato, ma molti lavoratori raccontano di essere rimasti senza alcun guadagno per periodi più o meno lunghi.
Non solo; i lavoratori intervistati denunciano un innalzamento degli obiettivi di produzione, un peggioramento delle condizioni di lavoro e un aumento delle molestie da parte della direzione.

Anche la crisi climatica è strettamente connessa alla povertà e allo sfruttamento dei lavoratori considerando che i Paesi che non hanno sufficienti risorse economiche sono i primi a pagare il prezzo dei disastri naturali. Il futuro è adesso e bisogna agire in fretta per il bene di tutti e del nostro pianeta.

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